Mercoledì, 12 Agosto 2020

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Agricoltura/3: La svolta...

La policoltura, una pratica agricola da recuperare. Intervista a Manuele Mussa referente di un’azienda risicola piemontese
Nella terza tappa della nostra inchiesta approdiamo all’agricoltura naturale, categoria che comprende varie tecniche e filosofie (biodinamica, permacultura, policoltura) accomunate dal minimo intervento dell’uomo e dal ripristino dei processi naturali. Scegliamo una testimonianza di policoltura, il metodo impiegato quasi ovunque, prima dell’avvento dell’agrochimica. Intervistiamo Manuele Mussa, referente di un’azienda risicola piemontese.

Da quanto tempo praticate la policoltura? Che tipo di transizione ha comportato?
img218«È stata la malattia, causata da uno stile di vita e alimentare non appropriato e dallo stretto contatto con le sostanze impiegate in agricoltura convenzionale, a farci iniziare un percorso di consapevolezza nel 2001. Conosciute le valide e concrete proposte di Mario Pianesi abbiamo affrontato un cambiamento di visione e adottato la policoltura da lui proposta. Siamo una famiglia di agricoltori/risicoltori, originari della bergamasca emigrati come mezzadri nelle terre della “Baraggia” Rovasendese. I nostri antenati hanno conosciuto e praticato la cosiddetta “rivoluzione verde” dove le pratiche contadine tradizionali sono state sostituite da una agricoltura “spinta” da fertilizzanti chimici e fitosanitari. In pochi anni la monocoltura e le “bonifiche” hanno stravolto gli equilibri naturali, trasformando l’ambiente: le risaie hanno perso biodiversità e la nostra precaria salute era lo specchio del danno ambientale.

Abbiamo avviato la policoltura su una piccola risaia per una produzione di riso naturale a uso familiare e, avvertita la necessità del cambiamento, nel 2007 abbiamo esteso questo tipo di coltivazione su tutta la superficie (120 ha). Il confronto con gli anziani del paese, lo studio della risicoltura tradizionale e l’adozione delle nozioni ambientali e culturali dell’asso- ciazione UPM (Un Punto Macrobiotico) ci hanno permesso di recuperare la vera risicoltura naturale, stando al passo con i tempi».

Quali risultati avete ottenuto sul fronte della pro- duzione e del recupero della fertilità del suolo?
«Dopo anni di monocolture, arature profonde e l’impiego di chimica, la terra aveva perso tutta la biodiversità originaria. Le colture che seminavamo in autunno come copertura naturale per il riso (quella che oggi viene chiamata “pacciamatura verde” tecnica sperimentata e applicata con successo nella nostra azienda) i primi anni crescevano stentate, solo gradualmente si iniziò a notare una ripresa di fertilità, confermata anche dalle analisi dei terreni. La terra ha in sé capacità rigenerative straordinarie, se messa nelle condizioni ottimali: lavorazioni minime, continue coperture, rotazioni, spazi lasciati come contenitori di biodiversità. Le produzioni di riso si attestano mediamente sul 20% in meno, rispetto a quelle convenzionali, ma con costi enormemente inferiori e prezzi di vendita del prodotto decisamente superiori».

Sotto il profilo normativo e burocratico come avete inquadrato questa pratica agricola? E quali difficoltà incontrate?
«Nei primi anni 2000 approcciammo la certificazione biologica. La mancanza di controlli in campo e le sole verifiche cartacee non ci soddisfacevano, ma l’operazione si rese necessaria per una differente collocazione del prodotto sul mercato. Le pratiche agricole che adottiamo soddisfano ampiamente i requisiti previsti dal disciplinare del biologico. Le procedure di certificazione Bio prevedono un lavoro burocratico aggiuntivo, adeguatamente compensato dai contributi, che investiamo anche per consolidare le buone pratiche e nella filiera del riso».

Ricevete adeguati sussidi da parte della Regione e dello Stato?
«La risicoltura Italiana beneficia di sussidi Europei chiamati PAC, in quanto le risaie, in studi risalenti agli anni 70, risultavano ambienti con caratteristiche simili a quelle di palude, agevolate per un incremen- to di biodiversità faunistica e vegetale. Purtroppo della biodiversità studiata 40 anni fa non c’è più traccia. La speranza è che con regole ed indirizzi ecologici più restrittivi, si arrivi ad agevolare le aziende agricole più sensibili e favorire la nascita di nuove, realmente meritevoli di questi aiuti».

I cambiamenti climatici degli ultimi anni quali problematiche hanno creato dal punto di vista agronomico?
«L’impoverimento dei suoli (le terre di Baraggia erano già classificate come “prive di sussistenza” e vocate solo alla coltivazione del riso) e della biodiversità già vent’anni fa ci avevano portati a ragionare sulle sorti del nostro pianeta. La nostra scelta di cambiamento, inizialmente, è stata egoistica: l’obiettivo era quello di stare meglio, coltivare il riso senza avvelenarsi e avvelenare la terra. Ci si è concentrati quindi sull’applicazione di una tecnica che ci permettesse di produrre riso in quantitativi sufficienti, sostentandoci economicamente. Raggiunto questo obiettivo e aiutato molti colleghi a liberarsi dal sistema “convenzionale” ci siamo resi conto che una tecnica di coltivazione, pur rispettosa dell’ambiente, non sarebbe bastata a mitigare il cambiamento climatico. Così, per cercare di essere più incisivi, in linea con i suggerimenti di Mario Pianesi, abbiamo iniziato a piantare alberi, arbusti e cespugli autoctoni, prima sugli argini di risaia, poi creando anche delle arginature interne su cui mettere a dimora piante. La nostra azienda attualmente presenta 60 Km di filari lasciati come spazi rinaturalizzati, con più di 15.000 essenze. Restituiamo alla natura ciò che avevamo sottratto.
La Policoltura non è semplicemente una tecnica agricola o agronomica, è piuttosto un modo più ampio e rispettoso di rapportarsi all’ambiente».

La vicinanza di aziende agricole convenzionali ha comportato adeguamenti di qualche tipo?
«Quando nel 2001 abbiamo iniziato questa con- versione ad una agricoltura naturale eravamo soli; scherniti e derisi perché seminavamo il riso sul prato, prossimi al fallimento perché decisi a fare qualità più che quantità, quando i problemi ambienta- li e la crisi del riso erano pericoli ancora lontani. I problemi di “deriva” di diserbanti utilizzati dai vicini convenzionali e dell’utilizzo di acqua a monte erano e sono dei fattori di rischio che da subito abbiamo cercato di prevenire creando delle barriere naturali fatte di siepi o allargando gli argini. Abbiamo altre- sì collaborato con gli addetti alla gestione dell’acqua per evitare gli scoli delle risaie a monte. Una delle soddisfazioni più belle è sapere che oggi 12 aziende agricole del paese di Rovasenda si sono convertite al biologico adottando la tecnica di “pacciamatura ver- de”. Quindi una soluzione ai problemi ambientali è la condivisione gratuita di buone pratiche».

Ritiene che una riconversione ecologica dell’a- gricoltura convenzionale sia possibile nelle at- tuali dinamiche di mercato?
«Sembra che il mercato del riso, nonostante le forti pressioni del sistema, si stia inevitabilmente spostan- do verso produzioni estere a basso costo. Questo fenomeno oggi interessa le produzioni convenzionali, ma domani potrebbe coinvolgere anche la nicchia del bio. La domanda da parte dei consumatori è in crescita, ma il settore è fortemente inflazionato ed esposto al medesimo rischio nella competizione  con i mercati asiatici. Il problema non sono le dinamiche del mercato ma le logiche di profitto che ne muovono gli spostamenti. Per un cambiamento più sostanziale, i due aspetti di convenienza e comodità dovrebbero essere sostituiti dai valori di eticità e unicità, dove la riconversione del sistema parta dalle persone.
Il processo di riconversione ecologica è già in atto. Insieme ad altri agricoltori abbiamo creato un’associazione di aziende agricole chiamata Polyculturae che vuole proporsi come “contenitore culturale” e promuovere un recupero della biodiversità anche attraverso un marchio collettivo che certifichi il sistema virtuoso e non il prodotto o la tecnica utilizzata per ottenerlo. Riteniamo che solo un’agricoltura che rispetti la diversità, potrà in futuro sfamare il mondo».

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