Lunedì, 10 Agosto 2020

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Bolivia Plebeja

Aldo Zenchetta. Ingegnere e scrittore

Quando questo articolo verrà letto la situazione in Bolivia sarà diversa da quella del momento in cui scrivo. Ora è di «vera schizofrenia politica. Mentre il governo attuale compie atti per colpire i dirigenti del MAS, i parlamentari di questo partito, sia al Senato come nell’Assemblea Legislativa, nominavano nuovi presidenti per la rinuncia dei loro titolari». Così il giornalista  Montoya  su  Vientosur  del 23.11. È il momento di cercare  di porsi le domande giuste e setacciare il diluvio di articoli con il fiuto di Sherlock Holmes alla ricerca  dell’informazione corretta.

«Affannarsi ora in un dibattito sul fatto se c’è stato o no un colpo di Stato non ha molto senso. Coloro che lo negano vogliono nascon- dere l’illegittimità del risultato finale. Coloro che lo affermano vogliono occultare la responsabilità principale del Governo del MAS. Fra l’uno e l’altro, fra golpe no e golpe sì, quello che c’è stato e c’è da queste parti, in Europa, è una disinformazione spaventosa, in buona parte deliberata, su quanto è accaduto in Bolivia».

A scrivere  queste  inquietanti parole è Bartolomé Clavero, ex vicepresidente del Foro Permanente delle Nazioni Unite per i Problemi Indigeni.
Sì, conoscendo abbastanza la Bolivia per esperienza diretta e frequenza di contatti con persone là residenti, un paio delle quali ora in pericolo, anch’io sono sorpreso a leggere tante descrizioni arbitrarie e parziali.

Fui una prima volta in Bolivia negli anni ’70, per interessi ar- cheologici. Poi, già più politicizzato, nel 1993, e di nuovo nel 1997 quando a Vallegrande si ricordò la morte del Che, dove vidi per la prima volta Evo Morales, astro nascente del sindacalismo contadino. Lo ascoltai dialogare con Hugo Chávez al Social Forum di Caracas nel gennaio 2006, alla vigilia di assumere il governo. Infine 9 mesi dopo, a La Paz, all’incontro De la Resistencia al Poder, il giorno dopo un mancato golpe. All’incontro era previsto un suo intervento, che venne rinviato di ora in ora finché a notte ci fu detto che lo avremmo visto la mattina seguente, in una manifestazione pubblica.

A Caracas, in una tavola rotonda, ascoltai anche, per la prima volta, Oscar Olivera, già famoso perché leader della Guerra dell’acqua di Cochabamba, nel 2000. Gli fu chiesto: «Se andando al potere, Evo non manterrà gli impegni, cosa farete?». Fu lapidaria:  «Lo   cacceremo».  A Cochabamba per la prima volta una potente multinazionale dell’acqua, che aveva imposto condizioni esose tassando anche la raccolta dell’acqua piovana, fu cacciata a furor di popolo, dopo un lungo stato d’assedio e alcuni morti. La Bolivia plebeja era giunta al limite della sopportazione e stava acquistando consapevolezza della propria forza. Tre anni dopo a El Alto scoppiò la Guerra del gas, e i morti fu- rono una settantina. Il governo di Sanchez de Losada, ‘el gringo’
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educato negli States parlava a fatica lo spagnolo – dimissionò, e subentrò il suo vice, Carlos Mesa, recente rivale di Morales. Alle elezioni del 2000 Evo, presentatosi, non era arrivato per un pelo al ballottaggio. Ma le due guerre avevano cambiato il paese e nel 2005 venne eletto col 54% dei voti.

Torno al giorno successivo al mancato golpe.  Nella  piazza  le ‘truppe’ di Evo, fatte affluire nella notte dalle province: i minatori di Potosí, i cocaleros del Chapare, dove Evo era politicamente cresciuto, i rappresentanti delle organizzazioni indigene e campesine, in particolare delle cinque che più tardi avrebbero stretto il Patto di Unità di Azio- ne, che nei primi anni garantì il difficile percorso  del governo.

Dal palco Morales e Linera, sorridenti e infiorati, inneggiarono alla nuova Bolivia in costruzio- ne, e gli applausi scrosciarono. Scrivo questo per dire che seguo gli avvenimenti boliviani da anni lontani.

Il tema politico su cui si era giocata l’elezione era quello del cambio: da una Bolivia soggetta a un’oligarchia legata al capita- lismo internazionale a una Bolivia plebeja dove indigeni, con- tadini, operai fossero finalmente attori della propria storia in uno Stato costituzionalmente Plurinazionale.

Il potere nel mondo indigeno (60% in Bolivia) ha una configurazione particolare, a noi estra- nea, che Raúl Zibechi, valente giornalista ricercatore,  analizza nel libro Disperdere il potere. Esso viene assegnato assemblearmente a chi è ritenuto capace di guidare la realizzazione di obiettivi concordati. Poi tocca a un altro (oggi talora anche alle donne). Così il potere circola, per evitare la nascita dei caudillos. È il “comandare obbedendo” indigeno. Per molti degli elettori di Evo questa temporalità era scontata, assieme alla fedeltà al mandato del cambio.

Morales ha governato bene nei primi anni, ‘obbedendo’ al mandato. Poi iniziò a zigzagare, occultandolo però con un’abile retorica, di molto effetto all’estero, meno in patria dove si poteva verificare la pratica. Cominciarono patteggiamenti ambigui con  i santacrucegni e si chiuse un occhio sui latifondi dell’oriente. Il divide et impera divenne pratica politica tanto che nel 2011 due delle cinque organizzazioni del Patto ne uscirono conflittualmente. I rapporti con la CIDOB, la confederazione delle organizzazioni indie, si fecero sempre più tesi a causa del crescente estrattivismo che  ne  devastava i territori, e del disboscamento che ampliava la coltivazione della soia, in percentuale transgenica sempre più alta. Per un pre- sidente ‘indio’, che tale non era, non è il massimo, no? Ho seguito con malessere crescente questo cambiamento, ben dettagliato in un bel articolo di Pablo Solon, che fu molto vicino a Evo fino  al 2015 quando, deluso, dimissionò da ambasciatore all’ONU. Questo, la maggior parte degli articolisti di questi giorni o non lo sa o finge di non saperlo. Uno mi ha scritto: «Hai perfettamente ragione. Ma ora c’è il golpe!». Cioè: la ‘verità’ che ora ci necessita è un’altra. Disattendendo Clavero, vengo al (ai) golpe. C’è stato un golpe? Come no! Anzi due. Forse tre? Se sul Guinness dei primati esistesse la voce golpe, spetterebbe alla Bolivia: 160, dal giorno dell’indipendenza a ieri. 161 (o 162?) (magari 163) a oggi? Un passo indietro.

Evo divenne presidente nel 2005 e, come detto, iniziò bene. Degna di memoria la lettera indirizzata ai capi di Stato sudamericani con la proposta per una diversa politica  comune.  Nel 2008 fronteggiò un tentativo secessionista dell’oriente del paese, capeggiato da Santa Cruz, città che aveva dato ‘generosa’ ospitalità a gerarchi del reich o ustascia croati in fuga. Ne venne a capo (le sue “truppe” allora erano unite e motivate), varando al contempo la nuova Costituzione (2009). Questa prevedeva al massimo due mandati presidenziali consecutivi, da conteggiare a partire dalla sua entrata in vigore. Venne rieletto nel 2009 e di nuovo nel 2014. La candidatura nel 2019 era off limits, ma il virus del potere (o altro?) aveva  penetrato il duo presidenziale. Così nel 2016 si tentò di forzare la Costituzione con un referendum popolare, che fu perso. Il segnale non fu colto e si ricorse a una Corte Suprema già ‘amica’, che emise un sorprendente verdetto: la rielezione “è un diritto umano”, che va oltre la Costituzione. Gli oppositori, ora formati da vecchi nemici e ex amici, ricorsero all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che però per bocca del segretario Almagro, oggi sotto accusa per il golpe contro Evo, riconobbe questo diritto (strano, eh,?), riconfermandolo in una visita a La Paz nel maggio di quest’anno. Di diverso tipo, certo, non militare; ma questo non è un golpe, anzi un autogolpe, come dice Clavero, ancor prima di essere certi se c’è stato o no un broglio nello scrutinio? Non ho ormai spazio per una cronologia dettagliata degli avvenimenti, che sarebbe più importante di molte narra- zioni.

Sinteticamente: il 3 novembre, tredici giorni dopo le elezioni, i santacrucegni con a capo il caudillo Machado, detto “il macho”, iniziano il loro golpe, innegabile, al quale il giorno 9 si unisce la polizia e il 10, in modo ambiguo, l’Esercito. Questo, secondo alcuni, è il terzo golpe, quello militare. Una matrioska? Morales e Linera accettano il suggerimento del capo dell’esercito, dimissionano e  fuggono  (sic) come pure la presidente del senato, causando il vuoto di potere in cui si inserisce illegalmente la seconda vicepresidente del senato, Janina Añez, riconosciuta dai militari. Due dei golpe si ricongiungono, forse era già uno. Ora siamo alla situazione schizofrenica detta all’inizio, aperta a tutte le soluzioni.

C’è stato un golpe? come no! anzi due. forse tre? 160, dalla indipendenza a ieri


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