Giovedì, 28 Maggio 2020

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Indigeni nel caos

Antonietta Potente. Teologa domenicana

Le popolazioni indigene dell’America Latina hanno subito soprusi costanti e sistematici da parte dei colonizzatori europei.
Eppure hanno espresso una forte resistenza di fronte a questo atteggiamento predatorio.  Ne parliamo con Antonietta Potente, teologa domenicana che ha vissuto per quasi due decenni con gli Aymara in una zona Quechua della Bolivia.
«La forza degli indigeni consiste nel mantenere se stessi, nonostante le invasioni culturali ed economiche che hanno subito. Intravedo due elementi di resistenza che colpiscono: il silenzio e il segreto. Stare in silenzio significa anche custodire un segreto. Gli indigeni continuano a non dirci tutto, non solo a chi è straniero o colonizzatore. È un atteggiamento istintivo che contraddi- stingue tutti i popoli nativi; una sorta di resistenza che mettono in atto tutte le volte che si sentono traditi e strumentalizzati».

Sarebbe una forma di chiusura?
«Vuol dire non rivelare tutto di se stessi. Il silenzio e il segreto non sono atteggiamenti passivi, ma attivissimi, perché implicano avere spazi, mente e anima custoditi. E tutelare anche la comunità e la ricchezza della vita».

Come leggono, le popolazioni indigene, la realtà contempo- ranea?
«Il mondo ha perso l’anima, il respiro, e quello che ti fa vivere dentro devono trattenerlo o riesprimerlo. Gli indigeni sono consapevoli di questa ricchezza e di poterlo fare».

Lei ha lavorato con gli Aymara della Bolivia. Quale ricchezza culturale possono esprimere nel momento attuale contraddistinto dallo spreco e dal consumo?
«I popoli andini hanno questa profondità spirituale nella relazione con le cose, non solo con la natura. Mi ha sempre colpito il rispetto per ciò che l’essere umano ha creato, dovuto probabilmente al senso di precarietà. È un atteggiamento dello spirito, ma che si manifesta anche nel corpo, nella concretezza quotidiana del rapporto con l’ambiente. Questa spiritualità ha origine nella narrazione reciproca con chi gli ha insegnato qualcosa, ossia gli antenati. Li richiamano alla mente ogni volta che iniziano una riunione, costruiscono una casa o coltivano la terra. Sono riconoscenti agli antenati per il patrimonio loro trasmesso».

Cosa è accaduto quando queste popolazioni hanno dovuto affrontare un ordine mondiale dominato dall’economia e dalla finanza?
«Hanno subito un trauma perché per loro ha significato diventare poveri, un concetto fino ad allora sconosciuto. L’ambiente era la loro casa, qualcuno aveva provveduto, come gli antenati avevano insegnato. Le generazioni più giovani si sono trovate in difficoltà, ma in loro non ho percepito né l’invidia né il senso di proprie- tà eterna. Vivono serenamente, non si lamentano e si ingegnano con la loro creatività, anche economica, nell’informalità».

Cosa ha imparato vivendo con gli Aymara?
«Il vivere con e il vivere senza. La capacità di adattamento, così lontana dal nostro mondo contemporaneo».

Quale rapporto esiste tra rispetto della natura e crisi climatica?
«Un rapporto molto stretto. Purtroppo siamo distratti e il cristianesimo non ci ha fatto un gran servizio col suo antropocentrismo. La natura era considerata o nemica o alle dipendenze, non era concepita come soggetto da rispettare».

Anche negli ultimi documenti della Chiesa la natura è trattata come un oggetto?
«Certamente. Dovremmo capo- volgere questa visione e considerarla come un soggetto da custodire con grande cura. Per mezzo della scienza e della tecnologia pensiamo di conoscere tutto, ma la natura ha i suoi segreti. Abbia- mo preteso che la natura si fidasse di noi e vediamo il disastro che ne è risultato».

Un atteggiamento incosciente?
«Nel corso della storia ci sono stati processi di trasformazione e cambiamenti climatici importanti, ma l’uomo ha la colpa di stare accelerando quello in corso. Uno degli aspetti più  drammatici  è il consumo, perché utilizziamo troppe risorse creando uno squilibrio mondiale tra i popoli: la povertà è causata dal consumo di poche persone».

Lei ha seguito il Sinodo sull’Amazzonia. Qual è stato l’esito e lo sforzo di papa Francesco di plasmare una chiesa dal volto indigeno?
«Sono rientrata dalla Bolivia nel 2012, dove ho portato avanti la teologia indigena nonostante ci fosse proibito persino di parlarne. Fortunatamente la Chiesa ufficiale, attraverso l’opera di papa Francesco e di altri vescovi, si è finalmente svegliata e comincia a parlare di teologia indigena».

Non le sembra un passo avan- ti?
«Certo, anche se rimane un po’ a distanza, sul piano dell’inculturazione. Le sapienze di altri popoli comunicano non attraverso il Vangelo scritto, ma attraverso la sua sapienza, che coincide con quella degli altri. Ho il timore che l’aspetto pastorale sia prevalso e abbia ridotto questa visione di scambio esperienziale. È urgente valorizzare i simboli».

I partecipanti al Sinodo hanno sottolineato la pericolosità del modello estrattivista che consiste nell’offrire materie prime a basso costo da vendere all’estero. Cosa pensa di questo atteggiamento?
«Il sistema economico si basa sullo sfruttamento delle risorse  e degli esseri umani. Noi indossiamo abiti di marca che sono il prodotto di lavoro non tutelato e di materie prime sottratte ai poveri».

L’elezione di Evo Morales per gli indigeni aveva rappresentato un segno di speranza. La sua fuga in Messico dopo la rielezione ha gettato la Bolivia nel caos. Come può descrivere la situazione attuale?
«Faccio fatica a parlare della Bolivia per la tristezza e la delusione che provo. Ci era costato tanto portare avanti questo processo ed era bellissimo, perché eravamo riusciti a farlo in modo democratico. Temo che questo suo potere sia durato troppo».

I problemi  sono  cominciati dopo il secondo mandato di Morales?
«La Costituzione non consen- tiva un mandato presidenziale così lungo, questo sarebbe il quarto. Questa anomalia ha logorato la relazione fra i leader  e i popoli indigeni. Mi  arrivano messaggi e dichiarazioni di donne che sono state protagoniste del processo di cambiamento, che affermano che il caos era prevedibile».

È stata tirata troppo la corda?
«Sì, la fuga di Evo Morales ha lasciato il paese nel caos, in mano a una destra oligarchica, cattolica, guidata dai proprietari terrieri. Non ci sono alternative: o restare in questo caos o veder vincere la destra alle prossime elezioni. Una destra di cui non mi fido».

Quale errore ha fatto il movi- mento socialista?
«Quello di non formare altri leader. Adesso c’è un grande vuo- to e la destra e i militari hanno approfittato della situazione in questo momento di debolezza. Adesso chi soffre è la gente, abbandonata, delusa, divisa. Anche gli indigeni sono confusi, molti si sentono traditi da Morales, altri ne invocano il ritorno. La situazione è molto difficile».

 


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