Giovedì, 28 Maggio 2020

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L'epicentro del mondo

Medio oriente: nello Stretto di Ormuz si fronteggiano le grandi potenze del pianeta

Nelle carte geografiche lo si scorge appena e sembra non avere grande importanza. Né geograficamente né economicamente e, apparentemente, è poco importante da un punto di vista geostrategico. Con lo Stretto di Ormuz si entra nel Golfo Persico, tra l’ Iran, sulla riva est e gli Stati arabi, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman, sulla riva ovest. È largo, da una riva all’altra, appena 33,7 Km. Perché lo Stretto di Ormuz è considerato un corridoio strategico di enorme importanza?

Con l’Iran sulla riva est e insieme a tutti gli Stati arabi collocati nella riva ovest, lo Stretto concentra il 47,7% delle riserve mondiali di petrolio ed il 42,5% delle riserve mondiali di gas naturale. Per lo Stretto transita più del 20% del petrolio mondiale e il 18% del gas naturale. Se facciamo una semplice comparazione tra i corridoi dove passano i mercati degli idrocarburi dell’intero pianeta, per lo Stretto di Ormuz circolano immense petroliere che trasportano più di 17 milioni di barili di petrolio al giorno, contro i 15 milioni che passano per lo Stretto di Malacca e i 4,6 milioni di barili giornalieri per il Canale di Suez. Cruciale per il traffico internazionale, lo Stretto di Ormuz è diventato una zona geostrategica in costante conflitto tra l’Iran e quasi tutti gli Stati arabi della riva ovest del Golfo Persico, oltre che con gli Stati Uniti d’America, con Israele, la Russia e la Turchia.

img313 1Ormuz nel Golfo Persico «Braccio di mare tra l’Iran e Oman, Ormuz è la porta d’entrata del Golfo Persico». Quando si nomina il Golfo Persico ogni iraniano conosce quale è stata la storia della immensa potenza mondiale dell’antico impero persiano. E questo orgoglio della propria storia, che viene così da lontano (2500 anni prima di Cristo), può essere anche intriso di un certo nazionalismo, che per il popolo persiano diventa però un bisogno, più volte ribadito, di indipendenza e intangibilità delle proprie frontiere. « Dichiaro, davanti a questa assemblea, che il grande popolo iraniano ha scelto, come sua precipua inclinazione, la moderazione. Non la ricerca dell’isolamento né quello dell’egemonia. Il nostro popolo non è né indifferente né intran- sigente: la via della moderazione è quella della pace, una pace giusta e inclusiva... La moderazione è la libertà e la democrazia. Non minacciamo nessuno, ma non possiamo tollerare le minacce. Ogni nostro discorso è quello della dignità e del rispet- to. E, in fondo, non cerchiamo solo la moderazione ma la pratichiamo». Sono alcuni passi del discorso del presidente iraniano Hassan Rohani, fatto il 20 settembre del 2017, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’abbiamo citato perché dentro quel discorso compare tutto l’atteggiamento pragmatico, culturale, politico, ideologico e religioso dell’attuale leadership iraniana. Ad esempio, a chi domanda al Presidente iraniano che cosa pensi delle minacce di Israele e dell’Arabia Saudita, lui risponde, immancabilmente, allargando le braccia, con un sorriso e un alzata di occhi al cielo.

I guardiani dello Stretto di Ormuz«...Spetta alla politica americana di prendere tutte le misure neces- sarie per mantenere lo Stretto di Ormuz aperto al commercio in- ternazionale... Un impedimento del flusso del petrolio provenien- te dal Golfo Persico avrebbe un impatto reale e psicologico sul sistema economico internazio- nale». Sono alcuni passi dell’e- splicita dichiarazione n. 114 emanata dall’organismo “Natio- nal Security Decision Directive” della Casa Bianca fin dagli anni ‘80, nel mentre infuriava la guer- ra tra l’Iraq e l’Iran. Da allora, un impressionante dispositivo di controllo sullo Stretto di Ormuz è stato costruito dagli Stati Uniti d’America. Con il suo Quartier
Generale dislocato a Manama, nel Bahrein, con 35.000 soldati circa (dati del 2014), dallo Stato dell’Oman fino al Kuwait, sono
7 le basi americane dislocate nella riva ovest del Golfo Persico, sotto il comando della potente Quinta Flotta americana. I francesi dispongono di un’unica base sullo Stretto di Bab el-Mandeb a Gibuti, mentre gli inglesi sono presenti con due basi a Cipro. Con US Air Force e l’US Navy, gli americani hanno il dominio su quattro milioni di chilometri quadrati, con tre punti fondamentali: il Canale di Suez, lo Stretto di Bab el-Mandeb (nell’entrata dall’Oceano Indiano, al Mar Rosso) e lo Stretto di Ormuz. La base americana del Bahrein rappresenta uno dei cinque punti più importanti nell’immenso spazio strategico americano che controlla il traffico dei commerci mondiali. Lo Stretto iraniano di Ormuz ne è il centro. Le cannoniere delle 7 basi americane, disseminate lungo la riva ovest del Golfo Persico, vigilano, con minacciosa attenzione, le basi militari iraniane della riva est del Golfo.
Lo Stretto di Ormuz, corridoio marittimo strategico per l’Iran Nel mese di gennaio del 2012,
durante le trattative sul programma nucleare iraniano, i paesi occidentali minacciarono l’Iran, ventilando la possibilità di esportare le sue merci e, particolarmente, di trasferire all’este- ro il suo petrolio. Un tale strangolamento economico avrebbe avuto conseguenze letali per l’economia iraniana. La reazione iraniana fu violenta e fulminea.

«Ci impedite di commerciare con gli altri paesi del mondo (leggi Cina, India, Giappone Corea del sud, Singapore, Europa)? In tal caso noi non consentiremo a nessun altro paese di esportare petrolio e qualsiasi altra merce che transitasse per lo Stretto di Ormuz. Chiuderemo lo Stretto stesso». Un modo per mettere in esecuzione il principio di deterrenza/dissuasione a costo anche di rischiare lo scoppio di un conflitto devastante tra l’Occidente e l’Iran, paese dell’“Asia Occidentale” e non del “Medio Oriente”, come ama ribadire continuamente la Guida supre-ma Al Khamenei. Dopo l’elezione nel 2013 di Hassan Rouhani a Presidente della Repubblica islamica del Iran, l’ex Presidente americano Barack Obama, nel luglio del 2015, in modo coraggioso, riusciva ad accordarsi con i mullah iraniani. Si firmava un accordo sul nucleare iraniano (Accordo di Vienna) tra i 5 paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU con diritto di veto (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Cina e Russia + Germania) e L’Iran. Contemporaneamente, con l’Oman, la Cina e l’India, il Giappone, Singapore e la Corea del Sud, l’Iran firmava accordi strategici fondamentali di cooperazione e di difesa. Con l’elezione nel 2018 dell’improbabile e tumultuoso Donald Trump, e la sua uscita unilaterale dall’Accordo di Vienna, la luna di miele tra il paese dell’ “Asia Occidentale” e i 5 Stati con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sembra finire, e la tensione crescere a dismisura. Lo Stretto di Ormuz diventa, di fatto, il cuore di una nuova pericolosa tensione


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