
Vanessa Bocci – E’ un mercoledì afoso, a Roma non si respira dal caldo. Mi ritrovo seduta sul pavimento della stazione Termini e davanti ai miei occhi vedo passare centinaia di persone con le loro giornate intense di lavoro o semplicemente gruppi in vacanza, che hanno scelto la capitale italiana per svagarsi dal ritmo frenetico e serrato che contorna tutte le loro giornate.
Il mio sguardo è rivolto sulla continua folla che circola davanti a me, e rifletto su come le giornate continuino a svolgersi in modo normale per chi è stato fortunato a nascere in un paese libero e fondato su diritti inalienabili, con tutte le incongruenze, ma comunque libero.
Poi il mio pensiero passa a quella fetta di mondo, in cui la libertà e i diritti vengono calpestati ogni giorno, ma le nostre vite proseguono senza pensare, che ad ogni passo o azione che compiamo durante l’arco della giornata, in un altro paese corrisponde ad un nome in più che va ad allungare la lista delle persone giustiziate, le quali hanno cercato di cambiare il sistema nel loro piccolo, ma non ci sono riuscite.
Alireza Sepahi, Erfan Esfandiari, Mohammad Mohammadi, Ali Dashiti… sono solo alcuni dei nomi delle persone condannate per le manifestazioni dello scorso gennaio in Iran.
Nelle ultime due settimane, le autorità iraniane hanno intensificato l’applicazione della pena capitale nei casi legati alle proteste dell’8 e 9 gennaio 2026. La Human Rights Activists New Agency (HRANA) ha indicato che almeno sette prigionieri, coinvolti in casi legati alle proteste sono stati giustiziati durante questo periodo.
La dinamica è sempre la stessa per tutti i casi: processi inesistenti, negazione alla difesa legale, confessioni estorte con la forza, udienze tenute all’interno delle carceri o condotte a distanza e una mancanza di trasparenza riguardo alle prove utilizzate dai tribunali.
Il caso di Mehai Zarif, 22 anni, è stato arrestato il 10 gennaio a Shandiz, ed è stato condannato a morte con l’accusa di danneggiamento di beni pubblici. La sua condanna è stata confermata dalla Corte Suprema.
Morteza Zamani, 27 anni, è stato arrestato l’8 gennaio scorso ed è stato condannato a morte con l’accusa di “inimicizia a Dio”.
Rumina e Tarane Rahimi, gemelle di 20 anni, le quali sono state condannate a morte per le proteste dell’8 e 9 gennaio.
La maggior parte di queste accuse sono per “inimicizia a Dio” e per aver danneggiato beni pubblici e la condanna per questi casi è stata la condanna capitale, l’iter eseguito dai tribunali ha suscitato grandi perplessità, perché la dinamica processuale non è stata trasparente. Questi sono solo alcuni dei casi delle proteste avvenute a gennaio 2026, ma tra questi casi sono stati riscontrati processi fittizi, anche per le proteste che sono avvenute precedentemente a quella dello scorso gennaio. Una lista infinita di condanne a morte per accuse blande ed estorte tramite la tortura da parte delle autorità iraniane. Bisogna sottolineare che, le proteste e gli scioperi dei commercianti sono iniziate, a Teheran, il 28 dicembre 2025 e, nel giro di pochi giorni, si sono estese oltre i mercati e i centri commerciali; con la partecipazione di studenti, cittadini e vari gruppi sociali.
A seguito delle repressioni da parte delle forze di sicurezza iraniane, migliaia di persone sono state arrestate.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Iran Casualties Documentation and Analysis Network (ICDAN), il numero delle persone uccise durante le manifestazioni insieme alle persone arrestate nel mese di gennaio ha raggiunto quota 54.200.
Dietro ogni numero c’è una vita spezzata, una famiglia distrutta e una storia che non deve essere dimenticata.
Ogni vita merita verità e ogni storia merita giustizia.
Nella foto – titolo: Manifestazione a Parigi della diaspora iraniana per ricorda le persone condannate a morte e giustiziate per aver protestato contro il regime
