Andrea ChioiniC’è un aspetto troppo trascurato della vicenda palestinese (e israeliana): il fragile movimento per la pacificazione (non oso chiamarla “pace”) che accomuna le componenti più evolute della popolazione (uso volutamente il singolare) in Palestina – Israele.
Così, un semplice accenno ascoltato dalla rassegna stampa internazionale “Radio3Mondo” mi spinge ad approfondire il tema.
La conduttrice del programma, Laura Silvia Battaglia, ha citato un articolo  del quotidiano israeliano Haaretz (8 luglio 2026) per riferire di un incontro, tenuto a Beit Jala (tra Gerusalemme e Betlemme), con la partecipazione di un centinaio di persone.
Il titolo (tradotto) è: “Punire lo Stato, non solo i coloni: attivisti israeliani e palestinesi cercano soluzioni al terrorismo dei coloni”. Autrice Linda Dayan.
Con la complicità dell’AI ne riporto un’ampia sintesi qui di seguito.

L’articolo parte dall’osservazione che le violenze commesse da alcuni coloni israeliani contro comunità palestinesi in Cisgiordania sono aumentate negli ultimi anni, e in particolare dopo il 7 ottobre 2023. Gli episodi descritti comprendono aggressioni fisiche, incendi di abitazioni e coltivazioni, danneggiamenti di veicoli, intimidazioni e il progressivo allontanamento di famiglie palestinesi da villaggi e aree rurali.
Gli autori sottolineano che, secondo molte organizzazioni per i diritti umani, non si tratta soltanto di una somma di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale.

Il lavoro degli attivisti
L’articolo segue il lavoro di gruppi di attivisti israeliani e palestinesi che operano insieme sul terreno.
Le loro attività comprendono:
– accompagnare agricoltori e pastori palestinesi durante il lavoro nei campi;
– documentare con fotografie e video le aggressioni;
– raccogliere testimonianze;
– assistere nella presentazione di denunce;
– informare i media e organizzazioni internazionali.
Gli attivisti spiegano che la loro semplice presenza può talvolta ridurre il rischio di aggressioni, anche se non sempre riesce a impedirle.

Le difficoltà
Viene descritto come questo lavoro sia diventato sempre più difficile.
Secondo gli intervistati:

  • gli aggressori agiscono spesso in gruppi;
  • gli interventi delle forze di sicurezza sono ritenuti insufficienti o tardivi;
  • in alcuni casi gli attivisti denunciano di essere stati essi stessi minacciati o fermati.

L’articolo riporta che molti attivisti israeliani sentono di operare in un clima politico sempre meno favorevole alla loro attività.

La questione della responsabilità
Questo è il tema centrale dell’articolo.
Molti intervistati sostengono che punire soltanto i singoli coloni responsabili delle violenze non sia sufficiente.
Secondo loro occorrerebbe esaminare anche:

  • il ruolo delle istituzioni statali;
  • le decisioni politiche relative agli insediamenti;
  • le modalità con cui vengono applicate le leggi;
  • il comportamento delle autorità incaricate della sicurezza.

Da qui il significato del titolo: “Punire lo Stato, non soltanto i coloni”.
L’idea espressa è che il fenomeno non possa essere separato dal contesto istituzionale nel quale avviene.

L’appello delle venti organizzazioni israeliane
L’articolo dedica spazio a un documento sottoscritto da circa venti organizzazioni israeliane per i diritti umani e della società civile.
L’appello sostiene che:

  • le violenze dei coloni stanno contribuendo allo spopolamento di numerose comunità palestinesi;
  • la protezione garantita alle popolazioni civili è insufficiente;
  • lo Stato dovrebbe intervenire efficacemente per prevenire gli attacchi;
  • è necessario perseguire penalmente i responsabili e impedire ulteriori espulsioni di fatto.

    Le organizzazioni chiedono anche una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale.

Il dibattito sulle sanzioni
L’articolo affronta il tema delle sanzioni introdotte da alcuni governi stranieri contro specifici coloni accusati di violenze. Le opinioni riportate sono articolate.
Alcuni attivisti ritengono che tali misure abbiano un valore simbolico importante perché segnalano una presa di posizione internazionale.
Altri osservano però che esse incidono solo su un numero limitato di persone e non modificano le condizioni che rendono possibile il fenomeno.

Per questo chiedono strumenti che riguardino anche le responsabilità politiche e amministrative.

Le testimonianze palestinesi
Sono riportati racconti di residenti palestinesi che descrivono:

  • la perdita dell’accesso ai terreni agricoli;
  • la paura di coltivare o pascolare il bestiame;
  • l’abbandono di alcune abitazioni;
  • le conseguenze economiche e psicologiche delle continue intimidazioni.

L’articolo evidenzia come questi episodi incidano sulla vita quotidiana molto oltre il momento dell’aggressione.

Gli attivisti israeliani
Viene dato rilievo anche alla posizione degli israeliani impegnati nei gruppi di solidarietà.
Essi affermano di sentirsi parte della società israeliana ma, allo stesso tempo, di considerare un dovere civile denunciare gli abusi.
Descrivono un crescente isolamento politico e sociale, ma sostengono che la collaborazione con gli attivisti palestinesi rimanga indispensabile.

Conclusioni
L’articolo conclude che il problema delle violenze dei coloni, secondo gli autori e gli intervistati, non può essere affrontato esclusivamente come questione di ordine pubblico o di responsabilità individuale.
La tesi centrale è che, finché non verranno affrontate anche le politiche, le strutture istituzionali e i meccanismi di applicazione della legge che, secondo gli intervistati, favoriscono o non impediscono efficacemente tali violenze, gli interventi contro i singoli responsabili avranno un effetto limitato.
È questa la ragione per cui il titolo insiste sulla distinzione tra il perseguire i singoli coloni e l’attribuire responsabilità anche allo Stato e alle sue istituzioni, una posizione sostenuta dagli attivisti citati nell’articolo e presentata come oggetto di dibattito pubblico.

Fin qui la sintesi dell’articolo accessibile, nel suo testo originale, solo alle persone che sottoscrivono un abbonamento ad Haaretz.
Sempre ricorrendo all’AI ho cercato di risalire all’elenco delle associazioni promotrici.
Ne sono emerse 10:
·  B’Tselem
·  Yesh Din
·  Peace Now (Shalom Achshav)
·  Breaking the Silence
·  Rabbis for Human Rights
·  Kerem Navot
·  Machsom Watch
·  Standing Together (Omdim Beyachad)·  Combatants for Peace
·  Torat Tzedek
Speriamo di riuscire a identificare le altre.

Foto: www.haaretz.com

Ultima modifica: 28 luglio 2026

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