
Sei giorni di lutto di stato tra Teheran, Qom e Mashhad. Sull’effettiva grandezza della folla e sull’identità di molti “ospiti stranieri” ci sono più dubbi che certezze.
Così, dopo i funerali della Guida suprema Alì Khamenei si conferma la necessità di guardare e interpretare l’Iran e la società iraniana con lenti mentali “ad alta definizione”: sono quelle che servirebbero per sciogliere i tanti punti interrogativi che compaiono nell’articolo che segue, scritto da Vanessa Bocci.
Dopo i funerali della Guida Suprema iraniana Alì Khamenei, ucciso da un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso molto sono gli interrogativi che aleggiano su come sono state proposte le cronache dal sistema dei media mainstream e dal web. Le manifestazioni per commemorare Khamenei si sono protratte per una settimana facendo tappa anche nel confinante Iraq. Dalle immagini che ci sono pervenute abbiamo visto folle di persone rendere omaggio al feretro dell’ ayatollah e dei suoi tre familiari uccisi con lui per un ultimo saluto. Alcuni partecipanti al funerale hanno sventolato slogan con scritto: “ uccidere Trump” e “uccidere Bibi”, invocando vendetta per la morte di Khamenei. Facciamo un passo indietro, precisamente alle manifestazioni dell’8 e del 9 gennaio scorso, abbiamo visto le piazze e le strade di Teheran affollate di manifestanti per chiedere libertà, diritti e la fine della Repubblica islamica; ma tutte queste persone che sono scese contro il regime dove sono finite? Durante i funerali di Alì Khamenei il popolo iraniano si è dimostrato unito nel perseguire un unico obiettivo: quello di sconfiggere il nemico e vendicare la morte della Guida Suprema. Questo fa sorgere più di un dubbio: tutto ciò è solo una grande montatura architettata dai vertici governativi iraniani, per dimostrare al mondo che la Repubblica islamica non ha perso il consenso del suo popolo? Abbiamo la certezza che le persone scese in piazza per i funerali non siano state costrette a farlo?
UN’AFFLUENZA TUTTA DA VERIFICARE
Le autorità iraniane hanno parlato di milioni di partecipanti, arrivando a indicare la cifra di trenta milioni di persone coinvolte nell’intero ciclo di cerimonie. Le immagini diffuse dalla televisione di Stato hanno mostrato folle imponenti lungo i viali di Teheran; eppure, fin dalle prime ore, osservatori indipendenti e media internazionali hanno messo in dubbio quei numeri: alcune inquadrature, in particolare quelle arrivate da Piazza Ferdowsi, restituivano scene di affluenza modesta rispetto alla portata annunciata, e il percorso del corteo – originariamente pensato per attraversare gran parte della capitale – è stato modificato, con le telecamere di Stato che si sono concentrate su punti specifici invece che seguire l’intero tragitto. Diversi commentatori dell’opposizione iraniana in esilio, hanno sostenuto che una parte consistente della folla fosse composta da persone mobilitate con incentivi statali – cibo, alloggio, trasporti gratuiti – o addirittura da miliziani stranieri, tra cui combattenti afghani e iracheni delle milizie sciite alleate di Teheran, più che da cittadini iraniani spontaneamente scesi in piazza. Al contrario, fonti vicine al governo e alcuni giornalisti presenti sul campo hanno parlato della più grande manifestazione mai vista nella storia recente del Paese. Il divario tra le due narrazioni resta, ad oggi, difficile da colmare , complice la censura sui movimenti della stampa straniera e l’assenza di cifre ufficiali certificate. Il secondo elemento che ha alimentato sospetti è stato il fatto, che un numero non quantificabile di persone sono entrate nel Paese nei giorni della cerimonia con lo status di pellegrini religiosi. Proprio questa massiccia mobilitazione “religiosa”, unita ai controlli di frontiera rafforzati e alla chiusura pressoché totale dello spazio informativo indipendente, ha alimentato interrogativi sulla reale composizione di alcuni gruppi arrivati con visti da pellegrini: chi fossero davvero, quale legame avessero con gli apparati di sicurezza o milizie alleate di Teheran. Ad oggi, i dubbi su questi fantomatici “visti religiosi” restano , e un altro dato rilevante è l’assenza del nuovo leader, il figlio Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico per motivi di sicurezza. Il funerale è servito a Teheran soprattutto per proiettare un’immagine di continuità e compattezza nel momento più delicato della storia recente della Repubblica islamica, ed è probabile che tutti questi “pellegrini religiosi” provenienti da fuori Regione sono stati gli attori principali di un film diretto dall’alto per raccontare la verità del regime.
