Meriterebbero molta, ma molta, più attenzione in Europa le Organizzazioni non governative (Ong) israeliane che tentano di mantenere accesa una luce nelle tenebre che avvolgono la realtà che risponde al nome di “Stato di Israele”.

Physicians for Human Rights Israel (PHRI)https://www.phr.org.il/en  
B’Tselemhttps://www.btselem.org  
Bearing Witnesshttps://bearing-witness.com  
Breaking the Silence www.breakingthesilence.org.il  

Questo articolo ne illustra l’ attività nella fase più cruenta di una storia iniziata con la cacciata delle popolazioni palestinesi dalla Terrasanta, con la Nakba, nel 1948. Una storia dalle inquietanti assonanze sulla nascita degli Stati Uniti d’America.  
Israele è un’entità fattasi stato che, guardando ai quasi 80 anni trascorsi, si rivela come la “punta di lancia” dello schieramento che vuole affossare il diritto internazionale e, di conseguenza, qualsiasi idea di pace e democrazia.
Pace e democrazia nutrite dall’accettazione dei limiti alle proprie aspirazioni che, soprattutto in Europa, sembra essere entrata nella coscienza dei popoli e delle istituzioni.
Invece, gli ultimi 20 anni di Israele, segnati dalla figura di Benjamin Netanyahu, registrano un’accelerazione costante della pressione coloniale esercitata sui territori palestinesi: del resto il mancato rispetto di 70  risoluzioni Onu (a cui se ne aggiungono una trentina bloccate proprio dagli Usa) la dicono lunga su un atteggiamento che evoca “gli stati canaglia”.
La crescita di un “demone” razzista e genocidario (Gaza docet)  in varie componenti della cittadinanza israeliana non ha messo a tacere quella parte di cittadinanza che non ha perduto completamente il lume della ragione proprio grazie alle Ong di cui riferiamo.


Physicians for Human Rights Israel (PHRI) Medici per i diritti umani – Israele

Medici per i diritti umani si sta attualmente adoperando per salvare il dottor Abu Safiya, incarcerato nella struttura di sicurezza sotterranea di Rekafet, e almeno altri 13 medici palestinesi di Gaza, detenuti nelle carceri israeliane da oltre 18 mesi senza accusa né processo. PHRI chiede il loro rilascio immediato. L’avvocato Nasser Odeh, che recentemente ha fatto visita al dottor Abu Safiya, è stato testimone di quella che ha descritto come una condizione potenzialmente letale. Il dottor Abu Safiya gli ha riferito che nelle ultime due settimane, in particolare dopo il suo trasferimento a Rakefet, ha subito violenze e percosse quotidiane.

Ha inoltre segnalato un forte aumento delle aggressioni nei suoi confronti da quando è iniziato il procedimento giudiziario riguardante il suo rilascio: da quattro a cinque agenti sono entrati nella sua cella e lo hanno picchiato con martello e manganelli. Ha detto che da allora una violenza simile è diventata un evento quotidiano, facendogli perdere conoscenza più volte.

L’avvocato ha riferito che il dottor Abu Safiya si è presentato al loro ultimo incontro con mani e piedi ammanettati e accompagnato da guardie mascherate. Aveva lividi sul corpo, sulla testa, intorno agli occhi, alle orecchie e al collo: ferite così gravi che Odeh è riuscito a malapena a riconoscerlo. PHRI aveva presentato, nella seconda metà di luglio 2025, un rapporto, che era anche un’analisi legale, centrata sulla salute, della campagna militare di Israele a Gaza dall’ottobre 2023. Aveva concluso che si tratta di Genocidio ai sensi della Convenzione sul Genocidio del 1948.Le prove raccolte dimostrano una volontà sistematica e deliberata di smantellare i sistemi di sanità e di sostentamento vitale a Gaza, attraverso: attacchi mirati su ospedali, ostruzione di aiuti medici ed evacuazioni, uccisione e detenzione di personale medico. Le azioni di Israele hanno distrutto l’infrastruttura sanitaria di Gaza in modo calcolato  e sistematico.

La cronologia di attacchi rivela una progressione deliberata. Iniziato col bombardamento e l’evacuazione forzata di ospedali a Gaza Nord,  il crollo del sistema sanitario si è esteso a Sud, quando le popolazioni sfollate hanno saturato le strutture rimaste. Esse sono state oggetto di continui bombardamenti, assedi e privazione di risorse. Il sistema sanitario di Gaza è stato smantellato sistematicamente. I suoi ospedali sono stati resi inutilizzabili, le evacuazioni mediche bloccate; sono stati eliminati servizi essenziali come cura di traumi, chirurgia, dialisi e maternità. L’uccisione e detenzione di operatori sanitari, inclusi molti specialisti, hanno decimato la capacità medica di Gaza e reso quasi impossibile ogni cura.

I bambini soffrono di traumi psicologici, mentre le donne presentano casi crescenti di aborti spontanei, nascite premature e mortalità materna tra carestia, assenza di servizi e di cure neonatali. Medici per i diritti umani aveva concluso che questi atti non sono collaterali alla guerra, ma fanno parte di una politica deliberata che prende di mira i Palestinesi come Gruppo.
Questi atti enucleano almeno tre azioni centrali definite nell’articolo 2 della Convenzione per il Genocidio: (a) uccisione di membri del Gruppo; (b) causare seri danni fisici o mentali a membri  del Gruppo; e (c) infliggere deliberatamente al Gruppo condizioni di vita studiate per causare la sua distruzione in parte o per intero. Nonostante le leggi internazionali, Israele non ha adempiuto ai suoi obblighi e la pressione internazionale resta debole. Medici per i diritti umani richiama, da tempo, con urgenza, gli organismi internazionali e gli Stati di adempiere ai loro doveri ai sensi dell’Articolo I della Convenzione sul Genocidio per fermare il genocidio a Gaza.

B’Tselem – Centro israeliano di informazione per i diritti umani nei Territori Occupati
B’Tselem  lo ha definito “il nostro genocidio” e scrive sul proprio sito: «Dall’ottobre 2023 Israele ha spostato la sua politica verso i palestinesi. Il suo assalto militare a Gaza, in corso da più di 21 mesi, ha incluso uccisioni di massa, sia direttamente che creando condizioni invivibili, gravi danni fisici o mentali a un’intera popolazione, decimazione delle infrastrutture di base in tutta la Striscia e sfollamenti forzati su vasta scala, con la pulizia etnica aggiunta all’elenco degli obiettivi di guerra ufficiali. La situazione è aggravata dagli arresti di massa e dagli abusi ai danni dei palestinesi nelle prigioni israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura, e dalla lacerazione del tessuto sociale di Gaza, compresa la distruzione delle istituzioni educative e culturali palestinesi. La campagna è anche un attacco alla stessa identità palestinese, attraverso la distruzione deliberata dei campi profughi e i tentativi di indebolire l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (Unrwa).

Un esame della politica israeliana nella Striscia di Gaza e dei suoi orrendi risultati, insieme alle dichiarazioni di alti politici e comandanti militari israeliani sugli obiettivi dell’attacco, porta alla conclusione inequivocabile che Israele sta intraprendendo un’azione coordinata e deliberata per distruggere la società palestinese nella Striscia di Gaza. In altre parole: Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. 

Il termine genocidio si riferisce a un fenomeno socio-storico e politico che comporta atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Sia moralmente che legalmente, il genocidio non può essere giustificato in alcuna circostanza, nemmeno come atto di autodifesa. 

Il genocidio avviene sempre in un contesto: ci sono condizioni che lo consentono, eventi scatenanti e un’ideologia guida. L’attuale assalto al popolo palestinese, anche nella Striscia di Gaza, deve essere compreso nel contesto di oltre settant’anni in cui Israele ha imposto un regime violento e discriminatorio ai palestinesi, che ha assunto la sua forma più estrema contro coloro che vivono nella Striscia di Gaza. Sin dalla fondazione dello Stato di Israele, il regime di apartheid e occupazione ha istituzionalizzato e impiegato sistematicamente meccanismi di controllo violento, ingegneria demografica, discriminazione e frammentazione della collettività palestinese. Queste basi gettate dal regime sono ciò che ha permesso di lanciare un attacco genocida contro i palestinesi subito dopo l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023.

L’assalto ai palestinesi a Gaza non può essere separato dalla crescente violenza inflitta, a vari livelli e in forme diverse, ai palestinesi che vivono sotto il dominio israeliano in Cisgiordania e all’interno di Israele. La violenza e la distruzione in queste aree si stanno intensificando nel tempo e non esiste alcun meccanismo nazionale o internazionale efficace che agisca per fermarle. Mettiamo in guardia dal pericolo chiaro e attuale che il genocidio non rimanga limitato alla Striscia di Gaza e che le azioni e la mentalità di fondo che lo guidano possano essere estese anche ad altre aree. Il riconoscimento che il regime israeliano sta commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza e la profonda preoccupazione che possa estendersi ad altre aree in cui i palestinesi vivono sotto il dominio israeliano richiedono un’azione urgente e inequivocabile sia da parte della società israeliana che della comunità internazionale e l’uso di tutti i mezzi disponibili secondo il diritto internazionale per fermare il genocidio di Israele contro il popolo palestinese».

Bearing Witness [Portare testimonianza]
È un’iniziativa testimoniale indipendente, di base e a lungo termine, nata dall’urgente necessità di affrontare l’attuale crisi umanitaria, politica e umana nella Striscia di Gaza attraverso fatti, contesto e documentazione sistematica e basata su prove.

Attualmente è l’unica piattaforma che consolida e contestualizza un ampio corpus di informazioni rilevanti riguardanti gli sviluppi a Gaza, riunendo luogo, tempo e contesto. Il progetto è più di un archivio: crea un’infrastruttura di conoscenza a lungo termine progettata per consentire la comprensione futura degli eventi come parte di un continuum storico, politico e umano in corso.

Testimonianza: Gaza fa riferimenti incrociati a testimonianze di prima mano, dati, documentazione visiva, dichiarazioni ufficiali, rapporti e indagini provenienti da organismi credibili, collocandoli lungo un chiaro asse spaziale e temporale.
Questo approccio integrativo consente di identificare eventi e tendenze soggiacenti, quali:
    Processi di disumanizzazione nel discorso pubblico e politico;
    Discussioni in corso sul futuro di Gaza, compresi piani e proposte da più parti;
    L’influenza della politica statunitense sulla condotta della guerra, sul discorso internazionale e sui confini operativi.

Collegando più livelli di informazioni, il progetto presenta un quadro che non è visibile quando le informazioni vengono disperse, decontestualizzate o presentate come frammenti isolati e contraddittori.

Questo progetto si basa su un documento fondamentale centrato sulla ricerca, intitolato Bearing Witness – Gaza. Scritto dallo storico israeliano Lee Mordechai, il documento è stato creato utilizzando ricerche rigorose, analisi critiche delle fonti e verifica incrociata di prove provenienti da fonti ampie e credibili. Il documento costituisce l’àncora analitica e il fondamento interpretativo dell’intero progetto di documentazione Bearing Witness.

Il sito web è stato concepito come uno spazio di conoscenza aperto, analogo a un museo. Non esiste un unico percorso di lettura e nessun tentativo di imporre un’interpretazione chiusa. I visitatori sono invitati a seguire la loro curiosità ed esplorare liberamente i materiali. È possibile esaminare una singola testimonianza, seguire una cronologia, osservare schemi ricorrenti o spostarsi tra diversi livelli di documentazione. Questa esperienza di navigazione consente un movimento costante tra prospettive micro e macro: tra storie personali, scoperte concrete e dettagli specifici — e una panoramica più ampia di processi, contesti e tendenze. In questo modo emerge una comprensione profonda, cumulativa centrata sulle prove, che non si basa su narrazioni concorrenti o informazioni non verificate.

Il progetto è in gran parte sostenuto dal lavoro di volontari — cittadini ebrei e palestinesi di Israele residenti in Israele e all’estero — che operano sulla base di un impegno personale e civico per una documentazione sistematica, precisa e responsabile. I team di progetto, tra cui ricercatori, educatori, professionisti della tecnologia, scrittori, redattori e specialisti dei dati, guidano collettivamente i processi di raccolta, documentazione, analisi e diffusione pubblica della conoscenza sulla piattaforma. Il lavoro è condotto in un formato collaborativo e multidisciplinare, consentendo al progetto di funzionare come uno spazio di conoscenza continuo fondato sulla responsabilità collettiva.

Bearing Witness nasce da un impegno civico, morale e storico: la consapevolezza che il silenzio di fronte a danni su larga scala ai diritti umani e alla vita civile non è un’opzione e che esiste la responsabilità di documentare, preservare e contestualizzare eventi con implicazioni di vasta portata per il presente e il futuro della regione tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Bearing Witness raccoglie testimonianze come atto di responsabilità e attivismo. Si sforza di garantire che gli eventi, le tendenze e i significati del periodo attuale siano preservati come conoscenze accessibili e basate sull’evidenza, aperte all’esame critico e che soddisfino la necessità di una comprensione più profonda.

Breaking the Silence [Rompere il silenzio]
È un’organizzazione di veterani che hanno prestato servizio nell’esercito israeliano dall’inizio della Seconda Intifada e si sono assunti la responsabilità di esporre pubblicamente la realtà della vita quotidiana nei Territori Occupati. «Ci sforziamo di stimolare il dibattito pubblico sul prezzo pagato per una realtà in cui i giovani soldati affrontano quotidianamente una popolazione civile e sono impegnati nel controllo della vita quotidiana di quella popolazione. Il nostro lavoro mira a porre fine all’occupazione.

I soldati che prestano servizio nei Territori assistono e partecipano ad azioni militari che li cambiano immensamente. Casi di abusi nei confronti dei palestinesi, saccheggi e distruzione di proprietà sono la norma da anni, ma questi incidenti sono ancora descritti ufficialmente come casi “estremi” e “unici”. Le nostre testimonianze ritraggono un quadro diverso –e molto più cupo–, in cui il deterioramento degli standard morali trova espressione nel carattere degli ordini militari e delle regole di ingaggio che lo Stato ritiene giustificati in nome della sicurezza di Israele.

Sebbene questa realtà sia ben nota ai soldati e ai comandanti israeliani, la società israeliana in generale continua a chiudere un occhio e a negare ciò che viene fatto in suo nome. I soldati congedati che tornano alla vita civile scoprono il divario tra la realtà che hanno incontrato nei Territori e il silenzio su questa realtà che trovano in patria. Per riprendere la vita civile, i soldati devono ignorare ciò che hanno visto e fatto. Ci sforziamo di far sentire la voce di questi soldati, spingendo la società israeliana ad affrontare la realtà che ha creato.

Raccogliamo e pubblichiamo testimonianze di soldati che, come noi, prestano servizio in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est dal settembre 2000. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, teniamo conferenze, riunioni domestiche e altri eventi pubblici che portano alla luce la realtà dei territori attraverso le voci degli ex soldati. Organizziamo anche tour a Hebron e sulle colline meridionali di Hebron, in Cisgiordania, con l’obiettivo di dare al pubblico accesso a una realtà che esiste a pochi minuti dalle proprie case, ma che raramente viene rappresentata dai media.

Fondato nel marzo 2004 da un gruppo di soldati che hanno prestato servizio a Hebron, Breaking the Silence ha da allora acquisito una posizione speciale agli occhi del pubblico israeliano e dei media per il suo ruolo unico nel dare voce all’esperienza dei soldati. Ad oggi, l’organizzazione ha raccolto testimonianze di oltre 1.400 soldati che rappresentano tutti gli strati della società israeliana e coprono quasi tutte le unità che operano nei territori.

Tutte le testimonianze che pubblichiamo sono frutto di una ricerca meticolosa e tutti i fatti vengono confrontati con altri testimoni oculari e/o con gli archivi di altre organizzazioni per i diritti umani attive nel settore. Ogni soldato che testimonia a Breaking the Silence è ben consapevole degli obiettivi dell’organizzazione e dell’intervista. La maggior parte dei soldati sceglie di rimanere anonima a causa delle varie pressioni esercitate dagli ufficiali militari e dalla società in generale. La nostra prima priorità è salvaguardare i soldati che scelgono di testimoniare al pubblico sul loro servizio militare».

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