A.C. – Il 12 e 13 giugno del 2011 oltre venticinque milioni di persone (il 57% delle aventi diritto) andarono a votare per 4 referendum. I 2 più sentiti riguardavano il nucleare e l’acqua.A respingere la produzione in Italia di energia elettrica da fonte nucleare fu il 95,8% delle schede.
Furono  giornate in cui la società civile nel suo insieme si manifestò come una grande forza autonoma dai partiti anche in difesa del carattere pubblico del servizio idrico: in quel caso il pronunciamento fu plebiscitario perché il 96,32% si espresse per l’acqua “bene comune”, quindi non privatizzabile.
Quindici anni fa in Umbria furono in 408.179 a votare (il 59,38 di quelle iscritte nei ruoli elettorali) esprimendosi al 95,46% per dire che il nucleare non lo volevano proprio e al 96,06% per l’acqua pubblica.
Quello che sarebbe dovuto diventare un punto di svolta verso un’organizzazione sociale ispirata dalla salvaguardia del pianeta venne completamente disatteso dal quadro politico istituzionale: il nucleare venne messo in una sorta di congelatore mentre, la quasi unanimità del voto parlamentare, capovolse l’esito del referendum sull’acqua con una legge che riapriva la possibilità di privatizzarne la distribuzione.
Su questo tema ha scritto recentemente Silvana Galassi nell’inserto ExtraTerrestre de “il manifesto” ricordando sia “il plebiscito ignorato per l’acqua pubblica” (questo il titolo) sia la figura di Emilio Molinari, storico dirigente di Democrazia proletaria, scomparso il 5 luglio 2025. Di seguito il testo di Silvana Galassi uscito il 4 maggio scorso.

Il plebiscito ignorato per l’acqua pubblica
Si sono succeduti diversi governi, ma in nessuna legislatura è stata varata la legge di iniziativa popolare, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, che avrebbe messo al sicuro questa indispensabile risorsa, il più essenziale dei beni comuni, dal rischio di acquisizione da parte delle multinazionali che già controllano l’acqua imbottigliata.

Nel nostro Paese la battaglia è ancora aperta, ma in prima linea sono rimasti pochi combattenti, come padre Alex Zanotelli, che ancora si incatena davanti al Municipio di Napoli per ricordare che neppure la sua città, l’unica in cui l’azienda che gestisce il servizio idrico integrato è totalmente pubblica, è al sicuro dal rischio di privatizzazione.

In alcune zone tra le più assetate del Pianeta l’acqua non è più un bene comune ma è diventata una merce, con conseguente aumento delle disuguaglianze e dei conflitti.

Basti pensare alla Palestina, dove il governo di Israele, dopo essersi appropriato delle acque sorgive, di quelle del Giordano e delle acque di falda, ha affidato all’impresa Mekorot la gestione della risorsa. Se prima della guerra in corso la distribuzione era iniqua (4:1 quella potabile, a favore degli Israeliani, 5:1 quella irrigua), dopo due anni e mezzo di bombardamenti e di distruzione delle infrastrutture, la mancata fornitura di acqua è diventata un’ulteriore arma di offesa contro un popolo stremato dalla fame e dagli esodi forzati.

Tuttavia, sullo scenario internazionale c’è un barlume di speranza che viene dalla resistenza dei popoli indigeni. Gli indigeni Munduruku, chiamati dalle etnie rivali “formiche rosse” per la loro strategia di lotta, che consiste nell’attaccare numerosi e compatti, dopo 33 giorni di occupazione del porto di Santarémè, nello stato brasiliano del Parà, sono riusciti a bloccare un decreto che intendeva includere tre fiumi strategici per l’economia amazzonica (Trapajós, Madeira e Tocantins) all’interno del processo di privatizzazione per costruire idrovie allo scopo di facilitare il commercio delle multinazionali, tra le quali Cargill.

Il 5 luglio, cadrà il primo anniversario della morte di Emilio Molinari, che proprio dalla sua esperienza in Amazzonia trasse l’ispirazione per occuparsi delle problematiche dell’acqua. Emilio è stato un instancabile attivista, un politico coerente e onesto e un grande comunicatore, tra i principali organizzatori del Referendum del 2011. A noi, che lo abbiamo affiancato in questo faticoso ed esaltante percorso, è sembrato utile raccogliere i suoi ultimi scritti in un volume (Cma, 2026).

All’indomani della vittoria referendaria del 2011 Emilio scrisse: “C’è in giro il timore di un nuovo «fantasma che si aggira per il mondo». Ed è il fantasma della partecipazione che si fa soggetto organizzato in reti nazionali e internazionali, capace di darsi obiettivi a tutti i livelli: dal fermare la mercificazione dell’acqua potabile all’affermazione del diritto umano nelle istituzioni internazionali. Che ha rivitalizzato, come in Uruguay e a Berlino, il referendum come strumento della sovranità popolare. Ha introdotto il linguaggio dei beni comuni, di cui tutti oggi parlano. Che non divide i popoli, non demonizza i partiti per trovare un proprio consenso, ma cerca consenso tra la gente per cambiare la cultura dei partiti e portarli a battersi con noi come è avvenuto per il Referendum”.

*L’acqua di Emilio. Scritti di Emilio Molinari. Edizioni Punto Rosso, 2026

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