di Vanessa Bocci

 “La mattina del 21 gennaio 2025, tutto è cambiato. L’occupazione è arrivata all’improvviso e ha invaso il nostro quartiere. Ci hanno gridato: ‘Avete solo 10 minuti per evacuare la casa.’ Racconta Heba, una giovane donna palestinese, che ha visto distruggere tutto quello che aveva costruito con tanti sacrifici nel giro di pochi minuti.  Perché si tratta di minuti, attimi, secondi, in cui la tua vita viene completamente annientata. Mentre scrivo queste righe, tenendo a bada il dolore che mi generano,  cerco di mettermi nei panni di queste donne. Ma non basta per capire la sofferenza che provano ogni giorno, perché noi scriviamo e leggiamo dalle nostre case, seduti al tavolo di un bar, oppure su di una panchina in giardino con il vento che ci accarezza la pelle: invece le donne palestinesi devono combattere ogni giorno per far valere i loro diritti e crearsi una posizione all’interno della società in cui vivono. Cosa si prova a venire sbattuti fuori dalla tua casa senza nessun motivo, solo perché sei palestinese. Se nel bel mezzo della notte  ti buttano fuori dalla casa che hai realizzato con tanto amore  e ti comunicano che hai solo 10 minuti per uscire da quella porta senza avere la possibilità di tornare, come ti sentiresti.  Ecco, questo è il prezzo che devono pagare i palestinesi per colpe che non hanno. Ho avuto l’opportunità di intervistare alcune donne palestinesi che partecipano al progetto AOWA, finalizzato a promuovere l’indipendenza economica femminile attraverso la produzione di saponi artigianali.

Aowa (Association for Women Action), ha sede a Jenin, ed è sostenuta, ormai da 15 anni dalla cooperativa Ponte Solidale di Perugia, con l’affiancamento della Chiesa Valdese e della rete Altromercato. Aowa è il perno di una cooperativa agricola creata dalle donne di Jenin per la coltivazione di piante officinali: queste vengono utilizzate per la distillazione e la produzione di cosmetici, in particolare saponi.

 La Campagna di Hana a Ponte Solidale
 La delegazione è arrivata in Umbria nel tardo pomeriggio di lunedì 24 novembre 2025; la visita rientra all’interno del progetto, “la Campagna di Hana” promossa da Equo Garantito in collaborazione con la Cooperativa Ponte Solidale, sostenuta con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese. La Cooperativa Ponte Solidale ha una stretta collaborazione con AOWA dal 2004 e negli anni hanno promosso diversi progetti, il cui filo conduttore e le protagoniste sono le donne palestinesi con percorsi di empowerment femminile, in Cisgiordania. Gadher e Amal sono voci importanti, soprattutto in un periodo in cui parlare è fondamentale per chi vive in Palestina con il fine di promuovere progetti per donne, bambini, adolescenti in un contesto di occupazione militare e genocidio. “Le attività di AOWA tengono insieme produzione etica, supporto psicologico, iniziative per i bambini e sostegno per le famiglie”. Riferisce Stefania Guerrucci, della Cooperativa Ponte Solidale. “In questi mesi-ha proseguito- mentre vivono sotto occupazione militare e violenze sistematiche, queste donne continuano a portare avanti la loro quotidianità, nonostante lutti, distruzioni e l’impossibilità di raggiungere il laboratorio”. Guerrucci ha poi proseguito dicendo: “La cooperazione tra AOWA e Ponte Solidale è fondata sulla fedeltà delle relazioni, non si sostiene solo un prodotto, ma le persone, le loro storie e il loro diritto a costruire il futuro”.  

 L’aspetto che più mi ha colpito è stato il coraggio e la resilienza che hanno avuto per rialzarsi da situazioni drammatiche e sperare ancora in un futuro migliore, come emerge dalle risposte della responsabile dell’associazione.

Come avete iniziato a produrre saponi artigianali e cosa vi ha motivato a farlo?
Dopo l’invasione del campo di Jenin nel 2002, le donne hanno incontrato notevoli difficoltà nel garantire un sostegno economico alle proprie famiglie, molte di loro avevano perso i propri mariti, perché uccisi o fatti prigionieri. In questo contesto, l’Associazione per il Lavoro Femminile ha realizzato un progetto di produzione di sapone come mezzo per aumentare il reddito e l’autonomia delle donne. Le partecipanti hanno imparato le tecniche di produzione del sapone utilizzando gli elementi disponibili sul territorio, come l’olio di oliva. I benefici di questo progetto sono andati ben oltre l’aspetto economico, ha contribuito a rafforzare i legami tra le donne, che hanno lavorato insieme come una squadra per affrontare le sfide. Inoltre, la produzione del sapone è stata accompagnata da un programma  di riabilitazione psicologica. Con il tempo il sapone prodotto è diventato un simbolo di resilienza e il progetto è riuscito a raggiungere i mercati italiani, grazie ai nostri amici italiani, il CIM (Commercio Equo e Solidale) e la cooperativa sociale Ponte Solidale, che hanno aumentato le opportunità di lavoro e aperto nuovi orizzonti. Sono state introdotte nuove tecniche di produzione del sapone, come l’aggiunta di erbe medicinali locali, argilla, e oli essenziali rendendo i prodotti più adatti ai mercati esteri.

Come ha influito l’accelerazione dell’occupazione da parte del governo israeliano sulla vostra produzione?
L’occupazione ha contribuito a complicare la vita dei palestinesi e delle donne in particolare, le quali soffrono di limitazioni sociali e psicologiche, tra cui violenze e discriminazioni. Le donne palestinesi hanno difficoltà ad accedere all’assistenza sanitaria, a causa delle restrizioni e alla mancanza di risorse. L’istruzione delle ragazze subisce notevoli limitazioni a causa delle condizioni economiche e di sicurezza e questo influisce sulle opportunità di assicurarsi un buon lavoro, ma c’è anche il problema del deterioramento dell’economia palestinese, che rende il percorso delle donne molto più complesso per la ricerca di un lavoro stabile. Molte di loro  fanno affidamento sull’agricoltura come fonte primaria di sostentamento, ma l’occupazione ostacola l’accesso alle terre e alle risorse, sia attraverso le misure adottate dall’esercito israeliano sia attraverso le azioni dei coloni, i quali si appropriano di terre controllando le risorse idriche. Avevamo coltivato 10 piante di lavanda nel villaggio di Ya’bad, dove lavoravano 8 braccianti. Con il tempo l’accesso alla terra è diventato sempre più pericoloso, poiché l’occupazione ha chiuso la strada principale. Inoltre, le difficoltà ad ottenere l’acqua ha indebolito il progetto e ha privato le donne di una fonte di reddito. È fondamentale sottolineare il fatto che per quanto riguarda la questione valichi e della libertà di importazione ed esportazione è  sotto il controllo israeliano, di conseguenza la creazione di cooperative e l’incoraggiamento del lavoro collettivo diventano un mezzo essenziale per migliorare la qualità della vita dei palestinesi.

Avete riscontrato difficoltà ad accedere alle materie prime a causa delle politiche di occupazione?
All’inizio non abbiamo riscontrato difficoltà, dato che la città di Jenin è nota per la produzione di olio di oliva e di erbe medicinali, mentre gli  oli essenziali venivano importati dalla Siria. Tuttavia, a causa della difficile situazione politica in Siria, non potevamo più acquistare gli oli e si è reso necessario trovare delle alternative. Così è nata l’idea di produrre oli essenziali in loco. Con l’aiuto dei nostri amici italiani, siamo riusciti a procurarci un dispositivo di distillazione e abbiamo organizzato una formazione per un gruppo di donne su come utilizzarlo. In seguito, abbiamo iniziato a coltivare erbe come lavanda, menta e salvia nei villaggi di Ya’bad e Arrabah. Purtroppo, l’occupazione è intervenuta e ha interrotto i collegamenti tra i villaggi e le città palestinesi, rendendo difficile per le donne l’accesso alla terra e alla cura delle erbe. All’inizio ci siamo sentite frustrate perché la situazione politica era difficile e le chiusure potevano durare mesi o addirittura anni. Arrendersi non è una parola presente nel vocabolario delle donne palestinesi. Da lì è nata l’idea di stipulare un contratto con le donne dell’associazione che possedevano terreni vicini alle loro case, in modo da poterli coltivare, ed è esattamente quello che abbiamo fatto.

Quali sono le principali difficoltà che incontrate quotidianamente nel mantenere la vostra attività?
La perdita di sicurezza dovuta alle ripetute invasioni del campo, dato che la sede dell’associazione è situata alla periferia del campo di Jenin, ha fatto sì che i miei colleghi non potessero raggiungere la sede dell’associazione e muoversi liberamente. Inoltre, è difficile spostarsi tra le sedi a causa dei posti di blocco militari, che sono circa 900 in Cisgiordania. L’accesso ai finanziamenti in condizioni politiche fluttuanti può diventare impegnativo, rendendo difficile l’ottenimento del sostegno finanziario e ostacolando la capacità di sviluppare le attività.

Quali strategie avete adottato per far crescere il vostro lavoro e superare gli ostacoli derivanti dall’occupazione israeliana?
Concentrarsi sull’uso di materie prime disponibili localmente per ridurre la dipendenza da forniture esterne, il che contribuisce a ridurre i costi e i rischi associati all’occupazione. Adattarsi alle condizioni mutevoli per rispondere a qualsiasi cambiamento, come alle variazioni del mercato o alle restrizioni imposte dall’occupazione. Sponsorizzare i prodotti tramite i social media per arrivare ad un pubblico vasto e aumentare le vendite. Investire nella formazione dei lavoratori su nuove competenze per migliorare la produzione e aumentare l’efficienza. Collaborare con la comunità locale per aumentare la consapevolezza del prodotto e sviluppare la promozione di materiali naturali e biologici.

Quali sono le speranze per il futuro?
L’Associazione per il Lavoro Femminile ha diverse speranze e obiettivi legati alla produzione di sapone, tra cui migliorare la capacità delle donne di partecipare all’economia offrendo opportunità di lavoro nella produzione di sapone, contribuendo alla loro indipendenza finanziaria. Commercializzare i prodotti a livello locale e internazionale, costruire un sistema  di sostegno creando una rete di donne artigiane e beneficiarie per migliorare la collaborazione e lo scambio di esperienze e informazioni. Raggiungere la sostenibilità lavorando alla creazione di un modello produttivo sostenibile che garantisca la continuità del progetto e ottenga un impatto sociale positivo.  

  Haya  e Heba un simbolo di coraggio e rinascita in una terra martoriata dall’ occupazione
Haya è una donna di 50 anni che ha perso il marito nell’invasione del campo di Jenin nel 2002. Nonostante il dolore provato, si è fatta carico di crescere i suoi 4 figli, si è iscritta all’associazione e ha partecipato alle sue attività, ricevendo diverse sessioni di formazione. Ha lavorato da casa fornendo pasti cucinati a domicilio per diversi istituti, per aiutare i suoi figli a proseguire gli studi.  Haya è considerata un simbolo di resilienza e di coraggio.

 Poi, c’è la storia di Heba, una giovane donna sposata con 3 figli. Dopo anni di risparmi, lei e suo marito sono riusciti a costruire la loro casa. Pensava che la vita avesse finalmente sorriso loro, invece il destino aveva progetti diversi per la sua famiglia. Racconta:  “La mattina del 21 gennaio 2025, tutto è cambiato. L’occupazione è arrivata all’improvviso e ha invaso il nostro quartiere. Ci hanno gridato: ‘Avete solo 10 minuti per evacuare la casa.’ Non c’era tempo per prendere nulla: né documenti, né vestiti, né ricordi. Mio marito, i miei figli e io siamo usciti di corsa, siamo saliti in macchina e siamo fuggiti sotto una pioggia di proiettili. Ma i proiettili non ci hanno risparmiato; ero ferita all’occhio e avevo delle schegge in testa. Pochi giorni dopo, non rimaneva più nulla. La mia casa, che avevo costruito con le mie mani fu demolita e con lei anche  i nostri sogni sono stati distrutti. Io e i miei figli eravamo sfollati. Niente casa, niente sicurezza, niente vita come una volta. Oggi scrivo la mia storia, non solo da un luogo di dolore, ma anche come testimonianza. Le nostre voci devono essere ascoltate e le storie che vogliono cancellare con il fuoco e la polvere da sparo devono essere raccontate. Io sono Heba e continuerò a raccontare la mia storia finché  ci sarà  un battito nel mio cuore”.      

Link per documenti correlati: https://www.yabastaperugia.org/project/donne-di-palestina-un-percorso-di-empowerment/

https://www.youtube.com/watch?v=w_Mm24ToMT4

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