Il modo in cui si parla di caldo estremo può influenzare la percezione pubblica del fenomeno. Un racconto focalizzato solo sull’emergenza, che trascura le cause e le possibili soluzioni di mitigazione, rischia di rafforzare la disinformazione e rallentare l’urgenza di un’azione collettiva» scrive l’Osservatorio di Pavia presentando l’ultimo di una serie di report su informazione e cambiamenti climatici, pubblicato nell’estate del 2025. Frutto di una partnership con Greenpeace, aiuta a comprendere la difficoltà del giornalismo nel muoversi in modo efficace sui temi ambientali, quando non proprio ostacolati da fenomeni che lambiscono il greenwashing, come il racconto della transizione energetica affidata a un team che ha frequentato il Plenitude Creator Bootcamp promosso da Eni.
ECCO CHE IN UN CONTESTO DEL GENERE I LETTORI – continua l’Osservatorio di Pavia – sono esposti a «un’informazione spesso discontinua e sensazionalista, che si accende durante i picchi di caldo per poi scomparire, senza offrire un’adeguata contestualizzazione climatica»: è una situazione disfunzionale a cui prova a dar risposta il Manifesto per il buon giornalismo ambientale, punto d’arrivo di un progetto realizzato da Q Code Mag (testata giornalistica, nata nel 2013) in collaborazione con Spore-Scuola di campagna e sostenuto da #NOPLANETB, con il contributo tra gli altri di Fondazione Cariplo.
IL «MANIFESTO» E’ STATO PRESENTATO A MILANO il 29 ottobre scorso ed è il portato delle riflessioni condivise da un gruppo di giornalisti, per lo più giovani, che hanno preso parte a due giorni di workshop, coordinati da Valeria Barbi, politologa, naturalista e viaggiatrice, Caterina Orsenigo, editor e giornalista, e Anna Toniolo, giornalista del collettivo Fada. «Un primo campanello d’allarme, nel prepararlo, è lo scarso interesse che abbiamo riscontrato da parte di tanti giornalisti, generalisti e non specialisti delle tematiche ambientali, che scrivono su testate d’impatto, che non hanno ritenuto importante partecipare. Per fortuna sono arrivati tanti under 30, motivati, non alle prime armi, curiosi. Però avremmo gradito anche il punto di vista dei primi, di chi ha già una penna affermata» sottolinea Angelo Miotto, direttore di Q Code Mag, in passato anche a Radio Popolare, Peacereporter ed E Il Mensile.
Secondo Miotto, anche se è vero che la sensibilità dal punto di vista sociale sui temi della crisi climatica è molto cresciuta, è vero anche che «non abbiamo avuto da parte dell’informazione mainstream né una precisione di linguaggio né un punto di vista che riconosce l’esigenza di non porsi in maniera troppo scettica». Elementi e riflessioni che trovano spazio in alcuni punti del Manifesto, che tocca tanti aspetti fondamentali e problematici, come l’importanza di riuscire a fare i nomi (è al punto 6, Citare sempre chi sono i responsabili, fare i nomi), elemento che però si scontrata con il rischio delle querele temerarie.
È FIN DAL PRIMO PUNTO, però, che il Manifesto chiarisce la necessità di un cambio di passo, tra i giornalisti ma – senza dubbio – anche all’interno delle redazioni: «L’ambiente non è una sezione, è intersezionale. Non è un macrotema, ma interessa tutti gli aspetti del vivere quotidiano e della politica», spiega.
Serve, insomma, a unire i puntini. «L’ambiente non può essere relegato dentro una pagina di una sezione, come altri ambiti, ma deve pervadere tutte le notizie. Quando parliamo di guerra, quando parliamo di economia o di cultura, questi temi non possono che considerare anche questioni ambientali. È tempo di lasciarsi alle spalle la categorizzazione che c’è nell’immaginare le griglie e le pagine di un giornale e in questo il digitale potrebbe anche venire incontro, perché a volte basta un link per collegare tra loro temi apparentemente indipendenti», sottolinea Miotto.
TRA I TANTI TEMI E SENSIBILITA’ che hanno portato il proprio punto di vista nel workshop, questo è un elemento centrale, la preoccupazione più grande percepita dai professionisti, «non per militanza, ma per l’informazione» dice Miotto. «Se un professionista, specie chi decide, non capisce che la sezione viene superata da questa nuova consapevolezza, allora facciamo un errore storico. Unire i puntini è la cosa migliore da fare». Un nuovo approccio potrebbe inoltre contribuire ad affrontare le problematiche legate al recepimento del messaggio, legato purtroppo a troppe persone che vivono «una condizione di analfabetismo di ritorno, che è spesso funzionale al sistema» sottolinea Miotto.
A SUPERARE QUESTO POTREBBE CONTRIBUIRE la Precisione del linguaggio (punto 4), cioè la capacità di scegliere le parole giuste e di citare le fonti: «Tante esperienze che abbiamo avuto nelle scuole – racconta Miotto – ci hanno portato ad individuare questa priorità, perché non è sempre è facile riconoscere un fonte primaria e autorevole, anzi spesso negli articoli che si leggevano in classe erano citati dati sbagliati, quindi abbiamo ritenuto doveroso un richiamo, per tutti noi che siamo professionisti, perché il Manifesto è innanzitutto per chi scrive, per chi costruisce l’informazione.
Una precisione certosina aiuta a comprendere e anche la ripetizione, per porre enfasi, una cosa che in radio è perfetta, ma che sulla carta forse impone di infrangere alcune regole». Quella a cui nessun giornalista può derogare è «conoscere il proprio pubblico» (punto 2), mentre altre stanno emergendo come fondamentali in un approccio nuovo non solo all’informazione, quanto alla vita. Ad esempio l’esigenza di «avere un approccio non estrattivo delle persone, delle comunità e degli altri giornalisti. Decolonizzare lo sguardo, evitare il paternalismo» e di «non essere antropocentrici nell’approccio di cosa significhi natura e ambiente» (punto 15): la costruzione di una nuova pista da sci e di impianti di risalita a tremila metri, ad esempio, non è solo un problema per il territorio montano, ma minaccia l’habitat anche di altri esseri viventi.
C’E’ POI UN ASPETTO LEGATO ALLA CURA, a cui rifarsi quando si raccontano storie: Umanizzazione della narrazione (punto 7) significa per noi evitare meccanismi di spettacolarizzazione, quando c’è una tragedia o un elemento che colpisce in modo fortissimo, evitare quelle tremende titolazioni acchiappa-click. E non c’è bisogno nemmeno che quando il collasso climatico si esprime al massimo della sua violenza, allora i ragazzi che vanno a spalare diventano «angeli del fango» spiega Miotto.
Anche se le storie possono muovere la compassione, ciò che i giornalisti devono aver chiaro è che «le questioni ambientali non sono neutre, sono politiche»: è il nono punto del Manifesto e «non lo abbiamo nemmeno spiegato, perché non sembrava necessario: dobbiamo guardare che cosa sta accadendo dal punto di vista della propaganda, abbiamo tanto greenwashing, querele temerarie, minacce, se tu scrivi articoli sui grandi gruppi sei soggetto a ritorsioni». Deve essere chiaro: «Le risposte alle questioni ambientali dipendono da scelte politiche e credo che ciò che accade a Gaza abbia dato un segnale anche su questo aspetto, sulla questione dei diritti e delle coerenza. A noi è chiaro: va sempre compreso il rapporto causa-effetto». E allora – conclude Miotto – «nessuno titolerà mai più contro il maltempo».

