
Può un locale di 40 metri quadrati che ospita una libreria e un angolo bar innescare un processo di “rigenerazione urbana”? A Perugia la risposta affermativa è nell’esperienza che si sta sviluppando in via Birago, asse viario di un’area a ridosso del centro storico caratterizzata da edificazioni risalenti agli anni ’30 – ‘60 del Novecento. Quartiere cresciuto in estensione dell’insediamento iniziale di palazzine destinate a lavoratori e lavoratrici della Perugina che aveva il proprio stabilimento nelle vicinanze della stazione ferroviaria di Fontivegge.
L’apertura di Pop Up (libreria con angolo bar) nella primavera Ventuno, secondo anno di pandemia, ha generato un magnetismo sociale e progettuale tra le persone che, in numero, crescente ne hanno frequentato le iniziative, soprattutto presentazioni di libri e di progetti culturali.
Quel magnetismo ha portato alla creazione di un “mercato collaborativo”, Birà, che ha ripristinato uno dei livelli essenziali per la vivibilità di un quartiere: la vendita di generi alimentari gestita in forma cooperativa. Quasi un “ritorno alle origini” per la storia della cooperazione in Italia, nata proprio per garantire alle famiglie lavoratrici la possibilità di un dignitoso approvvigionamento alimentare. E, insieme, un salto in avanti che vuol sollecitare le persone a mettere insieme le proprie energie per un progetto dal doppio carattere: molto attento alla dimensione locale perché punta alla rivitalizzazione di un quartiere, molto sensibile al globale perché include una quota significativa di prodotti a chilometri zero e biologici.
“Funziona come un supermercato al contrario: la maggior parte dei prodotti nel nostro caso sono biologici e locali e solo una piccola parte è proveniente da una filiera più legata all’agroindustria”, riferisce Giordano Stella in un articolo pubblicato da Micropolis “e questo è stato pensato per andare incontro sia alle tasche delle persone sia semplicemente per modificare le loro abitudini in modo non traumatico. Ora hanno la possibilità di mettere i prodotti uno accanto all’altro e di fare un confronto sia in termini di sapore che di costi quindi fare delle valutazioni in maniera spontanea”.
Stella, ricercatore universitario, ha tracciato le prime linee di “Cibo nostrum” ispirato al modello della statunitense food coop Park Slope, in cui i soci offrono un contributo di lavoro all’interno della struttura per tre ore ogni quattro settimane. Un progetto elaborato nel 2020 all’interno del Dipartimento di Scienze Agrarie, Ambientali ed Alimentari di Perugia e proposto alle associazioni Cap 06124, MenteGlocale e Coscienza Verde. Un modello che sin dalla sua fase progettuale ha visto un lavoro tecnico e scientifico da parte del Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali (DSA3) dell’Università degli Studi di Perugia e di CIA Umbria, partner dell’iniziativa, sia per l’analisi che per la messa a terra di modelli di filiere agroalimentari alternative. Una miscela di energia e creatività che ha interessato anche Banca Etica con Etica Sgr e Fondazione Perugia che hanno affiancato le prime fasi di “impasto” della struttura gestionale. Il progetto è risultato vincitore del Bando Investiamo Sociale della Fondazione Perugia e di Coop Startup Umbria di Legacoop e Coopfond.
La costituzione di Food coop 06124 scaturisce da un processo partecipativo lungo quasi un anno: questo il tempo intercorso, tra il lancio ufficiale dell’idea e la firma davanti al notaio con un nucleo di 29 persone che hanno contribuito con una quota di 1000 euro ciascuna, le stesse che hanno seguito un corso di preparazione alle dinamiche di gruppi attivi secondo i principi della “sociocrazia”.
Per definirne la natura citiamo wikipedia: “Nota anche come governance dinamica, la sociocrazia è un sistema di gestione che ha lo scopo di arrivare a soluzioni che creino sia un ambiente socialmente armonioso che organizzazioni ed imprese produttive. Si distingue per l’uso dell’ “assenso” piuttosto che il voto a maggioranza nel momento della presa di decisioni. L’assenso è centrale anche nel confronto tra le persone coinvolte che riconoscono il valore principale nella condivisione dello scopo e per questo si impegnano a mantenere un rapporto di collaborazione e conoscenza reciproca”.
Il potenziale trasformativo e rivitalizzante del “mercato collaborativo” sulla vita sociale di tutto il quartiere ha riscosso un significativo riconoscimento dalla parrocchia di San Biagio e Savino (proprietaria del locale dove opera Birà): questo è stato concesso in comodato d’uso per il primo anno di attività con l’impegno a praticare un canone equo per il periodo successivo.

